Domenica 25 Gennaio, Terza domenica di Epifaniasr.M.Chiara (Annalisa) Farfalla, Monastero Clarisse EremiteAtti 10,21-35Pietro scese incontro a quegli uomini e disse: "Eccomi, sono io quello che cercate. Qual è il motivo per cui siete venuti?". 22Risposero: "Il centurione Cornelio, uomo giusto e timorato di Dio, stimato da tutta la nazione dei Giudei, ha ricevuto da un angelo santo l'ordine di farti venire in casa sua per ascoltare ciò che hai da dirgli". 23Pietro allora li fece entrare e li ospitò. Il giorno seguente partì con loro e alcuni fratelli di Giaffa lo accompagnarono. 24Il giorno dopo arrivò a Cesarèa. Cornelio stava ad aspettarli con i parenti e gli amici intimi che aveva invitato. Mentre Pietro stava per entrare, Cornelio gli andò incontro e si gettò ai suoi piedi per rendergli omaggio. 26Ma Pietro lo rialzò, dicendo: "Àlzati: anche io sono un uomo!". 27Poi, continuando a conversare con lui, entrò, trovò riunite molte persone 28e disse loro: "Voi sapete che a un Giudeo non è lecito aver contatti o recarsi da stranieri; ma Dio mi ha mostrato che non si deve chiamare profano o impuro nessun uomo. 29Per questo, quando mi avete mandato a chiamare, sono venuto senza esitare. Vi chiedo dunque per quale ragione mi avete mandato a chiamare". 30Cornelio allora rispose: "Quattro giorni or sono, verso quest'ora, stavo facendo la preghiera delle tre del pomeriggio nella mia casa, quando mi si presentò un uomo in splendida veste 31e mi disse: "Cornelio, la tua preghiera è stata esaudita e Dio si è ricordato delle tue elemosine. 32Manda dunque qualcuno a Giaffa e fa' venire Simone, detto Pietro; egli è ospite nella casa di Simone, il conciatore di pelli, vicino al mare". 33Subito ho mandato a chiamarti e tu hai fatto una cosa buona a venire. Ora dunque tutti noi siamo qui riuniti, al cospetto di Dio, per ascoltare tutto ciò che dal Signore ti è stato ordinato". Pietro allora prese la parola e disse: "In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone, 35ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga."
IntroduzioneIl racconto che abbiamo ascoltato non è semplicemente una bella storia di incontro tra persone diverse. È uno di quei testi che hanno cambiato, che possono cambiare ancora oggi, la direzione della Chiesa e insieme il cammino di ciascuno di noi. In At 10 non viene risolta una questione marginale, ma si decide che cosa significhi davvero essere comunità cristiana. Luca ci presenta una Chiesa in movimento, attraversata dallo Spirito, spesso costretta a rivedere le proprie convinzioni più profonde. E questo non è motivo di paura, ma di gratitudine. Pietro non è un personaggio qualunque: è una colonna della comunità, un testimone diretto della vita, della morte e della risurrezione di Gesù Cristo. Eppure anche lui deve imparare qualcosa di nuovo su Dio. Accanto a lui c’è Cornelio, un romano, uno straniero rispetto alla comunità di Gerusalemme. È un uomo che teme Dio, che prega, che compie opere di giustizia, ma che resta comunque fuori dai confini religiosi ufficiali. Ed è proprio lo Spirito che mette in relazione questi due mondi. Questo ci dice subito qualcosa di fondamentale: la rivelazione non è mai proprietà di una sola parte. Dio parla a Cornelio e parla a Pietro. Li chiama entrambi, li mette in movimento, li conduce l’uno verso l’altro. La Chiesa nasce non da un progetto umano, ma da un intreccio di ascolti. Troviamo qui un primo messaggio per noi: nessuna Chiesa è mai “arrivata”, nessuna tradizione è dispensata dal lasciarsi interrogare ancora dalla Parola di Dio e dal suo Spirito. 1. Pietro scende: l’obbedienza prima della comprensione (vv. 21-23)Il primo movimento del testo è segnato da un verbo semplice e potente: Pietro scende. Scende incontro agli uomini mandati da Cornelio. È un gesto concreto, ma profondamente teologico. Pietro scende dalle sue certezze, dalle sue sicurezze religiose, dalle sue categorie di puro e impuro. E lo fa senza avere ancora tutto chiaro. La visione della tovaglia con gli animali non è stata pienamente compresa; il senso dell’agire di Dio resta, in parte, oscuro. Eppure Pietro obbedisce. Qui tocchiamo un nodo centrale della fede biblica: la fede non nasce dalla comprensione piena, ma dall’ascolto. Questo testo ci provoca anche come Chiese: quante volte attendiamo di avere tutto chiaro prima di muoverci, prima di incontrare, prima di aprire? Atti 10 ci ricorda che spesso il discernimento avviene camminando, non prima. Pietro, aprendosi allo Spirito, compie un gesto decisivo: fa entrare i messaggeri di Cornelio in casa sua e li ospita. Qui emerge con forza il tema dell’ospitalità, che non è semplicemente una virtù morale, ma una categoria teologica. Un grande teologo dei primi del ‘900, Jean Daniélou ha scritto: “Si può dire che la civiltà ha compiuto un passo decisivo, e forse il suo passo decisivo, il giorno in cui l'alieno nemico è diventato un ospite, cioè il giorno in cui è stata creata la comunità umana”1. Questa affermazione non riguarda solo l’etica sociale, ma tocca il cuore della rivelazione biblica." (1) Con questa frase Daniélou vuole dire che saremo pienamente uomini, che si potrà parlare di civiltà umana, solo quando il nemico, lo straniero, diventerà ospite. Dio, all’inizio della storia di salvezza, ha compiuto lo stesso gesto nei nostri confronti: ha creato l’essere umano a sua immagine e somiglianza, ospitandolo nella sua divinità, accogliendolo nella comunione divina. Dio ci ha introdotti nel dinamismo trinitario, chiamandoci a partecipare della sua vita, rendendoci conformi a Lui. Possiamo dire, con il linguaggio della tradizione cristiana, che Dio ci ha divinizzati. Ma tale divinizzazione trova il suo compimento nella morte e risurrezione di Cristo: attraverso il dono totale di sé sulla croce e la vittoria sulla morte, Cristo ha ristabilito la comunione spezzata, ha riaperto i cieli e ci ha resi di nuovo partecipi della vita di Dio, non per possesso, ma per grazia. Ma se è vero che l’umanità viene ospitata dalla divinità, è vero anche che la divinità viene a dimorare nell’umanità. Viene alla mente qui il racconto di Genesi 18,1-33, quando Abramo ospita il Signore alle querce di Mamre nei tre visitatori. Dio si lascia ospitare dall’umanità. Pensiamo soprattutto al Verbo che si fa carne e viene ad abitare in mezzo a noi (cfr. Gv 1,14): Dio sceglie di essere ospite dell’umanità, di entrare nella nostra storia e di affidarsi alla nostra fragile accoglienza. La logica dell’ospitalità non nasce dalla chiesa, ma da Dio stesso. Pietro e Cornelio, aprendosi reciprocamente, mettono in pratica proprio questo: entrano in una logica di comunione che riflette l’amore trinitario, quell’amore in cui il Padre, il Figlio e lo Spirito si accolgono reciprocamente. Il testo continua dicendo che “Il giorno dopo Pietro si mette in viaggio” per andare da Cornelio. Anche questo viaggio ha una grande valenza teologica. Se vogliamo costruire l’unità, non possiamo restare arroccati sulle nostre posizioni. Dobbiamo muoverci, uscire, aprire il cuore. La fede biblica è sempre una fede in cammino. Non si tratta ovviamente di uniformare tutto. Qui voglio condividere brevemente un’esperienza personale. Nella mia vita non mi ero mai occupata di ecumenismo, finché nel 2005, durante il mio percorso teologico, ho incontrato il Pastore Valdese Paolo Ricca. So che questo vi farà piacere saperlo perché è stato Pastore di questa Chiesa di Forano. Con lui ho seguito un corso di teologia ecumenica e attraverso il suo insegnamento mi si è aperto un mondo. Parlava dell’unità dei cristiani in modo così profondo e passionale da far nascere anche in me un vero amore per questo cammino. Diceva sempre che l’unità non è uniformità: ci può essere unità nella diversità. Possiamo restare diversi nei riti e nelle tradizioni, ma siamo uniti perché crediamo nello stesso Dio, in Gesù Cristo suo Figlio, e siamo guidati dallo stesso Spirito. “Una sola fede, un solo battesimo” come dice la lettera agli Efesini (Ef 4,5) che abbiamo letto durante questa Settimana di Preghiera per l’unità dei cristiani. Se sappiamo leggere i segni dei tempi, comprendiamo che anche noi siamo chiamati oggi, più che mai, a interrogarci e a metterci in cammino. La nostra fede non può restare ferma, chiusa nelle proprie sicurezze, ma è chiamata a diventare sempre di più una fede in movimento: una fede che va verso l’altro, che attraversa le soglie, che accetta i rischio dell’incontro. E questo cammino non ci chiede di rinnegare le nostre identità o di cancellare le differenze, ma di viverle come dono, come spazio di relazione, come luogo in cui lo Spirito continua a operare e a sorprenderci. 2. Entrare in casa: quando la teologia diventa relazione (vv. 24-29)Il secondo grande movimento del testo è l’ingresso di Pietro nella casa di Cornelio. Lo Spirito gli aveva detto: Alzati e va’ con loro senza paura, perché li ho mandati io da te»” (At 10,20). Qui la teologia diventa gesto. Pietro stesso lo riconosce e dice: “Voi sapete che non è lecito a un Ebreo stare con un pagano o entrare in casa sua. Ma Dio mi ha mostrato che non si deve evitare nessun uomo come impuro. 29Perciò, appena chiamato, sono venuto senza alcuna esitazione” (At 10,29). Questa affermazione non nasce da una teoria, ma dall’esperienza dell’incontro. Dio sconvolge le barriere sociali e religiose non per abolire le differenze, ma per impedire che diventino strumenti di esclusione. Questo è un monito anche per noi che a volte pensiamo di sapere chi è “dentro” e chi è “fuori”, chi è nella verità e chi no, ma Dio apre spazi di grazia oltre ogni distinzione cultuale e religiosa. Non possiamo imprigionare Dio in confini chiusi, nei nostri confini, ma dobbiamo lasciar parlare lo Spirito che, con creatività, chiama e rinnova ogni cosa (cfr. Sal 140,30). Il momento decisivo non è una dichiarazione dottrinale, ma un attraversamento di soglia. Pietro entra in casa di Cornelio. E quando Cornelio si prostra, Pietro lo rialza dicendo: “Anch’io sono un uomo”. Tutti siamo davanti a Dio sullo stesso piano. Nessuno può porsi al di sopra degli altri. Entrare in casa significa riconoscere l’altro come interlocutore, accettare di condividere uno spazio di vita, rinunciare a una posizione di superiorità perché tutti stiamo davanti a Dio sullo stesso piano. È una scena che parla con forza anche oggi. Le Chiese non sono chiamate a dominare, ma a incontrare e riconoscere la dignità dell’altro. 3. Cornelio parla: Dio è già all’opera fuori (vv. 30-33)A questo punto non parla più Pietro, ma Cornelio. Il pagano diventa testimone. Racconta la sua esperienza di preghiera, di ricerca, di ascolto. Non rivendica diritti, non chiede privilegi, non pretende riconoscimenti. Dice semplicemente che Dio lo ha raggiunto lì dove si trovava. E poi pronuncia parole che descrivono la comunità autentica: “Ecco, ora noi siamo qui tutti riuniti davanti a Dio per ascoltare quello che il Signore ti ha ordinato di dirci”.
Una comunità raccolta non intorno a sé stessa, ma davanti a Dio; non per parlare, ma per ascoltare. È un’immagine che interpella profondamente anche il nostro modo di vivere la religione e il culto. Dio non attende che Cornelio diventi qualcos’altro per parlargli. Lo incontra così com’è. E Cornelio si mette in ascolto e subito all’opera. Questo passaggio è teologicamente decisivo perché mostra che Dio non è all’opera solo dove la Chiesa già riconosce i propri confini. Cornelio non è un estraneo alla grazia di Dio, ma una persona già in relazione con Lui, attraverso la preghiera, l’ascolto e la ricerca sincera. La Chiesa, in questo racconto, non è chiamata a prendere possesso di questa esperienza, ma a riconoscerla, ad ascoltarla, a lasciarsi interrogare. Pietro non arriva con risposte preconfezionate, ma si trova davanti a un’opera di Dio che lo precede e che chiede discernimento.Questo ci ricorda che la vita di fede non è un cammino a senso unico, ma uno spazio di incontro nel quale anche la Chiesa è chiamata a imparare, a lasciarsi sorprendere, a riformulare il proprio sguardo alla luce di ciò che Dio sta operando. 4. La predicazione di Pietro: Dio non fa preferenza di personeIl testo culmina con la confessione di Pietro, un discorso che Pietro rivolge a Cornelio e ai suoi invitati: «Davvero mi rendo conto che Dio tratta tutti alla stessa maniera: egli infatti ama tutti quelli che credono in lui e vivono secondo la sua volontà, senza guardare a quale popolo appartengono» (vv. 34-35). Questa non è una conclusione morale, ma una scoperta teologica. Quando Pietro afferma che Dio non fa preferenza di persone, non sta proclamando un principio generico di tolleranza, ma sta confessando qualcosa di radicale su Dio stesso. Sta dicendo che Dio non si lascia rinchiudere in appartenenze etniche, religiose, culturali o cultuali, e che nessuna comunità può arrogarsi il diritto di possederlo. Questa confessione nasce dall’incontro e dall’ascolto, non da un’elaborazione teorica. È una teologia che scaturisce dalla relazione. Pietro comprende che l’elezione non è esclusione, ma responsabilità e inclusione; non privilegio, ma servizio. E capisce che l’identità del popolo di Dio non si custodisce separandosi dagli altri, ma lasciandosi continuamente convertire dall’agire sorprendente dello Spirito. La grazia di Dio precede la Chiesa, la supera, la interpella continuamente. Siamo chiamati ad aprirci all’universalità della grazia e al fatto che la fede cristiana non si gioca sul privilegio di una tradizione contro un’altra, ma sulla dignità e sulla libertà di ogni essere umano come figlio e figlia di Dio. La vera comunione cristiana è un pellegrinaggio di apertura, di riconciliazione e di condivisione. Conclusione: il Vangelo che abbatte muriAtti 10,21-35 ci consegna l’immagine di una Chiesa che non conquista, ma riconosce; che non colonizza, ma discerne; che non alza muri, ma attraversa soglie. Una Chiesa che non ha paura di lasciarsi cambiare dall’incontro, perché sa che è lo Spirito a guidarla. Questo testo ci invita a una domanda esigente e necessaria: quali muri siamo chiamati ad abbattere oggi, nella nostra fede personale e nella nostra vita ecclesiale? Quali confini continuiamo a difendere per paura, più che per fedeltà al Vangelo? Dio ci chiama a camminare insieme, non perché siamo uguali, ma perché siamo diversi eppure accomunati dallo stesso Spirito, dalla stessa grazia, dalla stessa speranza. Ci chiama ad annunciare il Vangelo con coraggio e autenticità, nella consapevolezza che l’unità non è uniformità, ma comunione nella diversità. Che lo Spirito ci apra il cuore, perché possiamo anche noi dire con Pietro: «Ora comprendo pienamente che Dio non fa preferenza di persone». Amen. *********************** (1) - J. DANIÉLOU, Saggio sul mistero della storia, Morcelliana, Brescia 20123, 75; lo stesso concetto ribadisce in un articolo del 1951 sull’importanza dell’ospitalità nel mondo di oggi, ospitalità che caratterizza la civiltà umana:cf. J. DANIÉLOU, Per una teologia dell'ospitalità, La Vie Spirituelle, t. 85, 1951, 340. |
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