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Domenica 1 febbraio 2026, quarta domenica di Epifania

pastore Emanuele Fiume

Apocalisse 1,9-18

Io, Giovanni, vostro fratello e vostro compagno nella tribolazione, nel regno e nella costanza in Gesù, ero nell’isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza di Gesù. Fui rapito dallo Spirito nel giorno del Signore, e udii dietro a me una voce potente come il suono di una tromba, che diceva: «Quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette chiese: A Efeso, a Smirne, a Pergamo, a Tiatiri, a Sardi, a Filadelfia e a Laodicea». Io mi voltai per vedere chi stava parlando. Come mi fui voltato, vidi sette candelabri d’oro e, in mezzo ai sette candelabri, uno simile a un figlio d’uomo, vestito con una veste lunga fino ai piedi e cinto di una cintura d’oro all’altezza del petto. Il suo capo e i suoi capelli erano bianchi come lana candida, come neve; i suoi occhi erano come fiamma di fuoco; i suoi piedi erano simili a bronzo incandescente, arroventato in una fornace, e la sua voce era come il fragore di grandi acque. Nella sua mano destra teneva sette stelle; dalla sua bocca usciva una spada a due tagli, affilata, e il suo volto era come il sole quando risplende in tutta la sua forza. Quando lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli pose la sua mano destra su di me, dicendo: «Non temere, io sono il primo e l’ultimo, e il vivente. Ero morto, ma ecco sono vivo per i secoli dei secoli, e tengo le chiavi della morte e del soggiorno dei morti».

Hai visto il trailer del nuovo film? Ecco, questo è il trailer del filmone dell’Apocalisse, un film che rimbalza tra una maestosa e complicatissima liturgia ortodossa e una battaglia cosmica tipo “Guerre stellari”, e con tanti effetti speciali. E la chiesa povera e malconcia, piccolissima e a rischio estinzione che lo guarda… deve capire che quel film è la Storia della sua salvezza. Il trailer deve darci il prima e il dunque. Che succede prima dell’inizio, prima di queste righe? Immaginatevi il Palatino, nel palazzo dell’imperatore, Roma, dietro piazza Venezia. In un giorno qualsiasi, in un giorno di lavoro l’imperatore stesso, uomo di grande cultura filosofica, uno dei più grandi uomini del suo tempo, detta una lettera per il governatore di una lontana provincia dell’Asia. “Caro Plinio – dice – riguardo alla setta dei cristiani, cerca di eliminare quel piccolo gruppo di nemici del genere umano”. Cambia scena ed ecco il nostro Giovanni, il pastore di una piccola chiesa, mandato in esilio su di un’isola lontana, che cammina sulla spiaggia. Per lui e per la sua chiesa questo non è un giorno qualsiasi. È domenica, il giorno della resurrezione del Signore, il giorno in cui la chiesa si riunisce per ascoltare la parola di Dio e per cantare le sue lodi.

Il pastore Giovanni, assorto nei suoi pensieri di sofferenza e di nostalgia, si trova per un momento in una visione, in una rivelazione nella quale vede la sua realtà e la realtà della chiesa non come sembra, ma come è; non solo come storia di uomini e di donne, ma come storia di uomini e di donne avanti a Gesù Cristo. Il messaggio della rivelazione di Giovanni è questo: Il Cristo vincitore sulla morte, il Cristo vittorioso ha vinto per i suoi, ha vinto per la sua chiesa, Non la abbandonerà mai.

L’esilio di Giovanni era l’inizio della persecuzione della chiesa, una persecuzione che per la prima volta veniva condotta in maniera organizzata. Non si trattava soltanto di un tumulto in qualche località sperduta, ma il potere politico pretendeva di essere riconosciuto come divinità nella persona del suo vertice: l’imperatore romano. Allora, Giovanni ha una visione. Perché il mondo naturale, come noi lo vediamo normalmente, è un mondo che nasconde. Normalmente, l’opera di Dio nel mondo è misteriosa, è nascosta. La visione invece mostra la realtà nella verità. Nella visione il mondo, appare come un teatro di vetro. Giovanni ha questa visione, ha le traveggole, se preferite; e vede la sua chiesa. La sua chiesa di venti persone che si riuniscono in una stamberga, ma la vede riunita di fronte a Cristo nella maestà di re e nella gloria di sommo sacerdote. Giovanni vede la sua comunità, ma vede anche tutta la chiesa universale nel numero sette, che simboleggia la completezza, il tutto. Nella visione emergono assieme più strati; ai suoi occhi il tutto coesiste con il particolare, il presente sta accanto al futuro. Giovanni vede in quei sette candelabri d’oro la chiesa di ogni tempo e di ogni luogo, ma prima di tutto gli sono indicate delle precise chiese locali. Non le più importanti o le più grandi, ma le più esposte al rischio della distruzione, perché in quelle città si trovava il tribunale imperiale e il controllo poliziesco era maggiore e meglio organizzato. A Efeso, a Smirne, a Pergamo, a Tiatiri, a Sardi, a Filadelfia e a Laodicea era più facile notare e identificare i cristiani, coloro che riconoscevano un solo Signore che regna in cielo e soprattutto anche in terra e che non rendevano il culto ad altri che a lui.

La chiesa di Giovanni, le sette chiese locali, l’intera chiesa universale stanno alla presenza di Cristo, il loro sacerdote. Nella visione, Giovanni non vede solo la realtà, ma distingue con precisione ciò che c’è oltre la realtà; vede oltre e vede tutto. In questa visione Cristo è tutto per la sua chiesa. Non fermiamoci alle apparenze: dentro questa rivelazione che ci ricorda il mago di Oz, ogni particolare ha il suo significato. Cristo è Messia, Figlio dell’uomo; gran sacerdote, nella veste lunga; re, cinto di oro. La sapienza. La stabilità e la giustizia sono sue; la gloria e la grazia gli appartengono. Nella mano destra ha sette stelle, che sono gli angeli delle sette chiese.

Giovanni cade ai suoi piedi come morto. Dante se ne ricorderà nell’ultima terzina del canto di Paolo e Francesca: “e caddi, come corpo morto cade”. Una reazione perfettamente naturale. Come si può pretendere di vedere tutto questo e di rimanere saldi sui propri piedi? Gesù Cristo è re del mondo e Signore della chiesa con una potenza e una santità tali da stordire chi lo vede. È lui il santo e l’invincibile, nessun altro può resistere davanti a lui perché ha tutto; è lui, e non l’imperatore romano, che porte la cintura d’oro di re, ha lui – e nessun altro – la veste lunga di sacerdote eterno del nuovo Patto. Assieme a Giovanni cadono le pretese del mondo e cadono anche i tradimenti della chiesa. Tutti coloro che si sono vanamente attribuiti qualcosa che appartiene solo a Cristo cadono con Giovanni. E quanti uomini e quali uomini restano a terra davanti al Signore… Mosè, Ezechiele, i dodici discepoli sono atterrati con Giovanni in questa visione. Uomini forti e pronti a tutto, ma che, davanti alla visione gloriosa del Signore, sono a terra come dei bambini incapaci di camminare.

La parola del Signore dà una speranza. “Non temere” dice Cristo a Giovanni, toccandolo con la mano destra. Ed è una speranza con un senso forte, con un motivo straordinario: Cristo era morto, ma ora è il Vivente, e tiene in mano le chiavi della morte e del soggiorno dei morti. Il Cristo è vittorioso, ed è grazie alla sua vittoria che Giovanni ora può non temere. Cristo ha già vinto. Cristo è il tutto, la completezza, l’alfa e l’omega, e vive nei secoli dei secoli perché ha vinto la morte. Davanti a una persecuzione che metteva la chiesa in una difficoltà e in un pericolo mai vissuti prima, Cristo non solo scende nella storia della sua chiesa, ma porta a sé, innalza a sé la storia della sua chiesa sofferente non per toglierla dal mondo, ma per mantenerla salda nella sua mano. La chiesa, così come la vediamo noi, si riunisce, è presente, agisce e spesso subisce. Tutto vero. Ma Giovanni può vedere oltre la realtà, può vedere la chiesa nella sua storia del momento, ma può anche vedere la chiesa universale e le chiese particolari nella loro realtà nascosta, ma allo stesso tempo più concreta e vera: la chiesa nella mano destra del Signore Gesù Cristo.

L’argomento forte, l’immagine decisiva tra le tanto è proprio quella delle sette stelle nella mano destra di Gesù Cristo. Più avanti sono spiegate come gli angeli delle sette chiese. Ognuna di queste chiese ha il proprio angelo nella mano destra del Signore, ed è per questo che saranno preservate dalla distruzione. L’angelo è il messaggero, colui che porta una parola, ed è solo su questa parola che la chiesa esiste. Senza la parola portata dai messaggeri non c’è chiesa e non c’è fede. Ora non c’è più da temere perché gli angeli delle chiese sono nella destra di Cristo, dove nessun nemico può arrivare a spegnerle. Voi, io, tutta la chiesa esiste perché brillano quelle sette stelle. Brilla la stella della chiesa valdese di Forano, ma brilla anche la chiesa che piange in qualche angolo del mondo, in Corea del Nord, in Cina, e che in questo momento sta sussurrando un passo biblico a memoria perché qualche pericoloso, crudele e patetico dittatorello di questo mondo le ha strappato la Bibbia di mano. Ha brillato la stella della chiesa di Giovanni come ha brillato la stella della chiesa del deserto, i Riformati di Francia perseguitati da Luigi XIV, il re sole; ha brillato, negli stessi anni, per i valdesi che tornarono alle Valli, tre anni dopo esserne stati scacciati, e che resistettero in cima al monte della Balziglia. “Non temere” dice il Signore “io tengo le chiavi della morte e del soggiorno dei morti”, io tengo nella mano destra il tuo angelo, o chiesa che piangi, e nessuno potrà colpirlo. Né il legionario romano che marcia vittorioso in tutto il mondo, né il dragone di sua maestà il re sole, né il più modesto fante del duca di Savoia, né l’occhiuto apparato della polizia cinese potrà toccare il tuo angelo. Perciò anche noi possiamo riconoscere oggi il nostro angelo assieme agli altri nella destra di Cristo, possiamo sentirci in comunione e in continuità con la chiesa in una situazione così altra dalla nostra, confessare l’appartenenza allo stesso Signore e vincere della stessa vittoria in lui.

Questa mattina siamo entrati qui passando sotto uno stemma con le sette stelle, abbiamo cantato un Salmo che ha una sensibilità prossima alle parole “Non temere… tengo le chiavi della morte e del soggiorno dei morti”. Nella quarta strofa di questo salmo ugonotto “Egli … ci salva dalla morte; tutta la forza gli appartien, Egli in potere suo mantien le sotterranee porte” troviamo il messaggio di Giovanni. Nella nostra Storia è chiamato “Il Salmo delle battaglie”. Cantato da quattrocento valdesi in cima alla Balziglia, il 2 maggio 1690, con duemila francesi che attaccavano, mentre si difendevano con la neve che arrivava fino alla pancia, lo abbiamo cantato qui e oggi non solo perché ci riconosciamo come Chiesa che è stata mantenuta e come chiesa che sarà sempre mantenuta nella mano del Cristo vittorioso e vivente. Lo abbiamo cantato anche e soprattutto per tante chiese alle quali oggi qualche crudele e ignorante potere del mondo proibisce di riunirsi, di ascoltare e di cantare. E quel potere perderà.